Il termine “fake news” è stato “inventato” (o ancora meglio snaturato) da Trump. Gli americani parlano di "mis-information". In Italia traduciamo in “dis-informazione” il tutto, semplificando, enormemente. E solo con l’ondata di infodemia dovuta al Covid-19 abbiamo cominciato a riflettere sui quei 7 tipi di disinformazione identificati da colleghi illustri come Emily Bell e progetti importanti come First Draft .

Lo abbiamo fatto senza analisi e coscienza in realtà. Perché da noi propaganda e mistificazione si mischiano in continuazione nelle dichiarazioni della classe politica, in cui dati alla mano, specie quella di destra eccelle (vedi su Datajournalism.it).

In America c’è stato un movimento attivo contro la "disinformazione" che è partito dagli stessi media e dai giornalisti. Cosa che qui da noi non succede. E nella crisi americana molti sono stati i media e le piattaforme come Twitter (qui si apre certamente un altro discorso enorme come sottolinea Ernesto Belisario ) che hanno agito con responsabilità. Non limitandosi a fare da reggimicrofono come fino a qualche ora prima dell’assalto a #capitalhill proprio nel nostro Paese ci si stava limitando a fare.
Ecco non è più il tempo di limitarsi a fare i reggimicrofono. Che la lezione americana ci serva per riflettere su cosa vuol dire non solo non comunicare la realtà e di fatto favorire l’aumento delle disuguaglianze ma comunicare "pane e mistificazione" ogni santo giorno. A questo si può arrivare e basta poco.

NB. Chi ha partecipato all’ultima lezione di #CivicInn a scuola di cittadinanza reattiva promossa da Cittadini Reattivi e alla scuola di consapevolezza di Spazio ASMARA ha già avuto modo di riflettere su tutto ciò.

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